Testi Critici
Luciano Carini
Cecilia Paolini
“Idea Forma Alterità” fu realizzata da Giampiero Abate in occasione di una mostra il cui concept era incentrato sull’ispirazione.
Preparando questo progetto e dovendo scegliere le opere da portare in esposizione, mi vennero in mente i due soggetti fondamentali di quel lavoro: l’uomo, nell’espressione più aulicamente asettica di un corpo al di là delle considerazioni formali di genere, e la materia inanimata, rappresentata da un composto di cemento e sabbia. L’ispirazione, dunque, trae origine dal rapporto tra la condizione esistenziale e la materia che l’uomo trasforma, ma di cui in qualche modo si sente parte.
Nell’atto artistico, vale a dire quel viaggio intimo e interiore attraverso cui l’idea viene oggettivata, la materia è il primordiale spazio entro cui la forma viene elaborata; ma se è la materia che permette l’alterità dell’intuizione dalla mente creatrice, è il lavoro umano che identifica quell’idea nella materia. Nel processo di trasformazione, si esplica l’essenza esistenziale dell’artista, che applicauna scelta irreversibile costringendo la materia in una forma a priori, dando di fatto un destino a ciò che potenzialmente sarebbe potuto diventare qualsiasi altra cosa. Nonostante l’irreversibile alterazione che il lavoro umano applica, qualsiasi produzione artistica mantiene un riflesso lieve, tuttavia intuibile, di ciò che sarebbe potuta diventare la materia in origine se l’artefice della metamorfosi avesse preferito una diversa tra le infinite possibilità di trasformarla.
La scelta che l’artista applica alterando la materia è dovuta alla propria sensibilità, per cui esiste una sorta di predeterminazione in base alla quale è la sostanza grezza a guidare nella scelta della metamorfosi che la cambierà irreversibilmente.
L’oggetto d’arte, dunque, è il punto di unione tra intuizione umana e potenziale espressivo dei materiali all’origine: in questo rapporto sinciziale tra uomo e materia è l’artista che riconosce nella massa ancora da trasformare l’idea che ha a priori del futuro oggetto d’arte. In base a queste premesse, la distinzione tra artista e materia diventa sempre più labile: tutte le sostanze che compongono l’oggetto d’arte sono il concretizzarsi dell’idea di quell’oggetto creato a priori dalla sensibilità umana, per cui la materia diventa estensione tangibile della mente. L’intendimento di rappresentare l’uomo imbrigliato nella materia non è in un atto maieutico dell’artista davanti alla materia grezza, al contrario nella consapevolezza di esserne parte. Nel gioco di riconoscimento tra uomo e materia, ruolo assolutamente necessario è dato dal lavoro: è attraverso il “mestiere” dell’artista che l’idea si concretizza in una tra le tante contingenze fisiche facendola diventare apparizione necessaria; per questo il lavoro si percepisce come medium, non visibile ma assolutamente presente, tra il fondo trattato in modo che appaia grezzo e la figura umana, lavorata con una tecnica per cui il film pittorico sembri quasi traslucido.
Dunque, dovendo selezionare le opere da rappresentare in questo catalogo, che parla di tradizioni da conservare e arricchire, mi è apparsa quantomai interessante la constatazione per cui per Abate l’ispirazione nasce dal mestiere che l’uomo applica per trasformare la materia nelle sue idee. Il lavoro dell’artista, però,
non si compone di sola intuizione, è fatto di tecniche antiche, di strumenti consunti… di una tradizione che come un canto epico si apprende e si tramanda nutrita della propria esperienza. Il lavoro dell’artista è quantomai doloroso: l’atto creativo è un bisogno insopprimibile, ma a differenza dello spettatore, non ci si può sentire appagati dalla visione di ciò che si è creato. L’artista gode soltanto della fatica del proprio mestiere.
Qualsiasi commento è tanto più vero quanto si conosce in profondità l’oggetto della propria riflessione: conosco Giampiero da un tempo non misurabile a minuti, ma fatto di condivisione; non è un azzardo interpretare “Idea Forma Alterità” come la più sincera espressione di libertà: la libertà di godere e soffrire per quel furor che divora chi nell’Arte ha riposto l’intimo principio di fedeltà, chi delle scelte facili non rimpiange nemmeno il ricordo, chi abbandona la nave per farsi trafiggere dalla vita, ma solo dopo aver portato quella nave per acque tranquille.

L’AQUILA NON SI MUOVE – L’immutabile identità di un popolo
2010 – Cecilia Paolini
ISBN 978-88-904900-0-2
Alessandra Redaelli
Il ruolo dell’arte oggi, da poco entrati nel terzo millennio, è più che mai complesso da definire. Esaurito quasi del tutto il compito delle avanguardie, oramai così irrigidite sui propri schemi mentali da essere diventate la vera accademia, tocca forse proprio alla pittura il compito di ripensare l’arte tutta. La pittura così bistrattata in passato è oggi la testa di ponte di una rivoluzione del gusto tesa a recuperare la tradizione e il bello. Ma è qui che l’affare si complica. Che cos’è il bello e che ruolo ha oggi la bellezza? Quando nel 450 a.C. Policleto scrivendo il Canone gettava le basi dell’eterna aspirazione al bello, l’arte ricercava nella proporzione perfetta una rassicurazione che andava ben oltre l’estetica per sfiorare ambiti che toccavano l’assoluto. Oggi, al contrario, il bello è un concetto che sembra essere diventato antitetico all’arte, qualcosa che pare indebolirla. La bellezza è lasciata al passato, quasi una concessione (un volto di Raffaello, una Venere di Tiziano), mentre l’arte contemporanea sente il dovere di essere disturbante, dolorosa, antigraziosa. Damien Hirst raccoglie centinaia di migliaia di mosche morte e le intrappola nella resina, Marina Abramovic si incide il ventre fino a farlo sanguinare, Andres Serrano si chiude in un obitorio a fotografare cadaveri di cui ci restituisce lo sguardo vitreo e la pelle cerea, e chi cerca di strapparci un sorriso – Jeff Koons – lo fa toccando le nostre corde più superficiali, edoniste, ingigantendo palloncini a forma di cane in acciaio verniciato (e facendone milionari record d’asta) e seppellendoci nella melassa del kitsch.
Giampiero Abate, pittore a tutto tondo con un’indiscutibile padronanza della materia, decide di scompaginare le carte e di lavorare sulla bellezza. Non solo perché di bellezza (e perfezione, e armonia) sono intrisi i suoi lavori, ma perché è proprio un’indagine intorno al bello e al nostro rapporto con esso quella che sta alla base della sua nuova serie di opere.
Ultrareale non è un titolo scelto a caso. Ultrareale è qualcosa che va al di là del reale, non perché lo superi in precisione (non è iperreale, per intenderci), ma piuttosto perché lo trascende. La perfezione tecnica non è arte. E’ un’arte, ma non è l’arte. L’arte è il genio di chi sa usare la propria abilità pittorica per andare a fondo e raccontarci qualcosa che non sappiamo. O forse – meglio ancora – qualcosa che dentro, in fondo, abbiamo ben chiaro, ma che non abbiamo la forza di tirare fuori. L’opera d’arte è tale e raggiunge il suo scopo quando l’intenzione dell’artista, fatalmente personale, incontra l’universale e dunque lo spettatore, che improvvisamente avverte come una scossa. Un riconoscimento. Questo accade davanti ai lavori di Giampiero Abate, che riesce a dare all’algida perfezione di un dipinto ad aerografo la potenza emotiva che tocca dentro e che ci costringe a pensare.
Parte dai solidi platonici, questo progetto: quanto di più perfetto si possa pensare nell’universo. Citate da Platone nel Timeo, studiate da Piero della Francesca e da Paolo Uccello, indagate da Luca Pacioli e illustrate da Leonardo da Vinci, queste cinque forme hanno attraversato nei secoli la storia dell’arte e la storia della scienza, affascinando per la loro assoluta regolarità. Il tetraedro, l’esaedro (o cubo), l’ottaedro, il dodecaedro e l’icosaedro sono gli unici solidi che hanno per facce poligoni regolari congruenti e spigoli e vertici equivalenti, e sono anche le uniche figure che, inscritte in una sfera, hanno tutti i loro vertici sulla superficie di questa. La perfezione assoluta, dicevamo. Dunque un’idea totalmente astratta? No. E qui comincia quel delizioso cortocircuito tra reale e artificiale che sottende tutte le opere di questo progetto. I solidi platonici non sono astratti, ma esistono in natura. Il cloruro di sodio, per esempio, si dispone in esaedri, mentre i cristalli di fluoruro di calcio hanno la forma perfetta dell’ottaedro. Una sfida alla nostra natura fallibile e confusionaria e un supporto al nostro bisogno atavico di ordine che gli artisti del passato hanno usato di volta in volta come soggetto dei propri studi sulla geometria e sulla prospettiva ma anche come dimostrazione di virtuosismo, ingaggiando vere e proprie gare. E non solo nel passato remoto. Se Paolo Uccello ci lascia nelle piastrelle della Basilica di San Marco a Venezia esempi di squisiti trompe-l’oeil con dodecaedri stellati inscritti dentro cerchi di esaedri, Salvador Dalí decide di ambientare l’Ultima Cena oggi alla National Gallery di Washington al riparo di una struttura architettonica che si intuisce essere un dodecaedro, con parte delle facce aperte verso il cielo.
L’operazione di Giampiero Abate, però, è totalmente diversa. In un’epoca come la nostra votata alla perfezione e al controllo (non ultima la perfezione fisica), un artista con la sua abilità non poteva che essere attratto dal cortocircuito mentale che la bellezza e la perfezione sono in grado di cerare. La verità e l’artificio, dunque, il reale e l’ultrareale giocano di sponda in questi lavori, creando nello spettatore un continuo senso di spaesamento dovuto a una tecnica che definire fotografica è troppo poco. Il solido platonico, qui, non è pretesto per una dimostrazione di virtuosismo, quanto piuttosto protagonista, fulcro ideale dell’opera. Librato nel nulla come un pianeta alieno, inattingibile nella sua perfezione, l’oggetto geometrico appare dotato di una sorta di potere oscuro che ci mette di fronte alla nostra finitezza terrena con una crudeltà quasi brutale. Accanto a lui – antagonista impari in questa battaglia, ma intenzionato a lottare fino alla fine – appare l’uomo. Le figure di Giampiero Abate, uomini e donne, ci offrono una versione 3.0 di quello che da sempre abbiamo imparato a leggere come il nudo nell’arte. Le figure maschili classiche (da Policleto a Michelangelo, fino a Robert Mapplethorpe) così come le veneri (da Tiziano a Manet, da Helmut Newton a Marc Quinn) diventano qui corpi asettici e perfetti, così perfetti da lasciare nello spettatore un senso di inquietudine. Creati dall’artista attraverso un sofisticato software 3D, questi uomini e queste donne non hanno alcuna parentela con la realtà, e proprio il fatto che non siano stati realizzati davanti a un modello reale li rende incredibilmente vicini a quei solidi con cui condividono lo spazio. Il gioco – badiamoci – è incredibilmente sottile. Pensiamo a Rodin. Quando nel 1877 lo scultore presenta al Salon la sua Età del bronzo, non è ancora considerato un maestro assoluto, come accadrà qualche anno dopo. All’epoca è un giovane artista molto promettente. Ma quell’opera è troppo. Troppo vera, troppo viva. Così viva che l’artista viene accusato di aver fatto un calco dal corpo del suo modello, e viene aperta una commissione d’inchiesta. La colpa di Rodin è quella di aver interpretato troppo bene la realtà: il suo nudo non ha la muscolatura perfetta, idealizzata come nella statuaria classica, ma l’artista è stato talmente abile da ottenere l’effetto della pelle che, con la sua morbidezza, attutisce il volume del muscolo. Giampiero Abate intraprende qui un percorso simile, ma inverso: illudendoci sulla perfetta realtà dei suoi soggetti attraverso la verosimiglianza dell’epidermide, il dettaglio dei muscoli tesi nello sforzo, la resa serica dei capelli, ci intrappola in un’illusione che l’effetto tridimensionale della sua pittura enfatizza fino a darci la tentazione di allungare la mano per saggiare la rotondità di quella spalla, il piccolo rigonfiamento della vena. Poi però l’artista decide di dare a quelle figure occhi bianchi e vuoti, gli occhi della statuaria classica. E’ qui che noi restiamo incastrati nell’immagine. Perché tutte le certezze assolute che ognuno di questi dipinti ci fornisce vengono smantellate una dopo l’altra. Non appena siamo convinti di avere compreso, un dettaglio ci dimostra inesorabilmente che siamo sulla strada sbagliata. Il cortocircuito tra reale e artificiale diventa così un percorso dialettico nel quale se il reale è la tesi e l’artificiale è l’antitesi, la sintesi non può che tradursi in quell’ultrareale di cui parlavamo prima. Cos’è dunque l’ultareale? Un mondo che trascende la realtà, un ambiente asettico e perfetto in cui la nostra tensione verso la perfezione impossibile si scontra inesorabilmente con qualcosa di infinitamente più grande di lei, in grado di annientarla; un mondo in cui questa natura umana imperfetta e mortale deve fare i conti con l’impossibilità di realizzare il suo sogno di perfezione e di immortalità. Sogno, tuttavia, al quale non è in grado di rinunciare. Verità e artificio, dunque, vita e assenza di vita, possibile e impossibile, reale e ultrareale si fronteggiano qui in una battaglia che prende le forme di una caduta inesorabile dall’illusione, caduta non solo fisica, ma anche metaforica. Precipitanti in torsioni di sapore manierista oppure già abbattuti al suolo, mentre la perfezione geometrica incombe su di loro pronta a schiacciarli, i semidei di Giampiero Abate ci mettono in guardia contro le nostre ambiziose aspirazioni di controllo del mondo e del nostro destino. In una società dove la chirurgia estetica ci consente di trasformare il nostro corpo quasi senza limiti, dove tutti noi possiamo provare l’ebbrezza di sentirci un po’ dei, ricreandoci a immagine e somiglianza di quello che vorremmo essere, l’opera di Giampiero Abate nella sua impeccabile perfezione ci mette di fronte a noi stessi e a quella finitezza che dovremmo amare, in quanto segno innegabile della nostra umanità. Con una pittura intrisa di tradizione, potente nel messaggio, dove la statuaria classica e la magnificenza del Rinascimento incontrano la sottile inquietudine del surrealismo e la pulizia algida dell’arte digitale, Giampiero Abate tela dopo tela ci racconta il cammino dell’uomo alla ricerca spasmodica del superamento di sé. E i suoi eroi, i suoi guerrieri, le sue valchirie e i suoi semidei ci appaiono alla fine, pur nella loro gelida perfezione, intrisi di una terribile e disperata umanità che di colpo ci apparenta a loro, ci rende empatici. E ci racconta anche un po’ di noi.
Alessandra Redaelli (maggio 2019)
Federica Cenciarelli
L’artista Giampiero Abate lavora con la tecnica dell’acrilico ad aerografo su tela e nella serie Ultrareale cerca di rendere evanescenti i confini tra reale e ideale.
È Nucleo Fuso a documentare la complessità della relazione e delle condivisioni, i due ”diversi tra loro. Si danno le spalle. Non si guardano ma si toccano, si cercano, si sfiorano, si fondono per diventare un tutt’uno ”2 in un luogo surreale e ideale, il quale diviene la proiezione delle emozioni dei due soggetti che cercano di ritrovarsi, nudi, soli, indisturbati da qualsiasi condizionamento esterno, nella loro intimità.
Al contrario, in Learning to fly (poi rinominata “Sospesa” NdA), la figura è posizionata in una prospettiva forzata e fluttua in uno spazio turchese non meglio definito, cercando di divincolarsi dalle lotte interiori, di combatterle ma la sua mano inizia a bruciare. L’opera si configura come esortazione a cambiare prospettiva, a provare ad accogliersi e ad accettarsi per ciò che si è, con il fine di imparare a volare e guardare nuovi orizzonti.
A completamento Giampiero Abate inserisce la realtà aumentata, la quale trasforma la visita in un’esperienza multisensoriale oltre che informativa. Il pubblico, collegandosi con lo smartphone, diventa partecipe e attivo, immerso in un contesto virtuale, unico, intimo e ad alto impatto emotivo.
(Intimità rivelate catalogo progetto espositivo presso il Chiostro del Bramante)
Federica Cenciarelli
Studentessa in “Economia e Gestione dei Beni Culturali” presso Università Cattolica del Sacro Cuore

